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Il senso della lotta: generazioni a confronto

di Valentina Diamante Tosti

Il senso della lotta rappresenta la consacrazione di uno degli enfant prodige della narrativa italiana contemporanea: Nicola Ravera Rafele.

Il senso della lotta
Nicola Ravera Rafele
Fandango Libri, pp. 438
€ 18,50

Figlio d’arte, pubblica il suo primo romanzo quando ha quindici anni (dal titolo Infatti purtroppo: diario di un adolescente perplesso) e quest’anno entra tra i dodici finalisti al Premio Strega con un romanzo di formazione che assume su di sé anche la responsabilità di dare voce a un’intera generazione, quella dei figli degli Anni di piombo.

Il libro nasce da due esigenze, una più pubblica più politica se vogliamo, io sono nato nel Settantanove (…) per tanti anni ci è stato detto che il conflitto generazionale con la generazione dei nostri genitori, quindi con quella del Sessantotto infondo non c’era, perché la generazione del Sessantotto era molto carina, molto libertaria (…) noi venivamo progressivamente considerati una generazione un po’ sfocata. Adesso però arrivati a quarant’anni io ho pensato: perché non proviamo a farli veramente quei conti? In fondo il Sessantotto e il Settantasette, che è il periodo più narrato in questo libro (…) ci hanno consegnato un mondo piuttosto complicato. Lì si è provato a fare una rivoluzione, non è stata una rivoluzione compiuta e le rivoluzioni quando non si fanno, diventano molto pericolose, perché aprono la restaurazione. Quindi noi, appunto, chi aveva vent’anni nel Duemila, si è trovato precocemente assediato da una crisi economica, di valori (…). Per questo mi sembrava giusto cominciare a fare dei conti generazionali e politici. Poi c’è un secondo motivo più personale (…). Improvvisamente mi accorgo di ricordarmi i miei genitori quando avevano l’età che io avevo in quel momento (…) e allora mi fermo e dico: allora adesso “i grandi” sono io e questo pensiero mi turba, perché faccio parte di questa generazione un po’ scontornata, in cui si vive in una grande post-adolescenza, dai venti ai cinquantacinque anni si è più o meno tutti coetanei (…) Quando avviene il passaggio alla maturità? (da conversazione con Nicola Ravera Rafele, autore de “Il senso della lotta”, di Massimiliano Coccia – Radio Radicale, 14.02.2017).

Quando si varca la linea d’ombra? citando Conrad: queste le istanze e le suggestioni che hanno portato l’autore a far vivere il protagonista di questo romanzo, Tommaso Musso, la metafora di una generazione debole, un moderno Teseo che si confronta con la generazione eroica e ribelle dei suoi genitori.

La storia ha inizio quando Tommaso, giornalista a contratto trentaseienne della redazione romana del Corriere della Sera, durante una delle sue sessioni di jogging nei giorni dispari della settimana a Villa Pamphili, viene colto da un malore, un attacco di panico (da notare come anche le malattie, per la generazione a cui appartiene il protagonista di questo romanzo, si riducano a delle mere suggestioni!).

Il suo ricovero presso una clinica privata dei Parioli gli permetterà di incontrare il dott. Pinto, che attraverso il racconto di un incontro avuto più di vent’anni prima con i suoi genitori naturali da avvio ad un viaggio attraverso la memoria ed i ricordi.

Tommaso sa di non essere figlio di quei Diana e Luca che lo hanno cresciuto, sa che Diana è sua zia, sa che i suoi genitori sono morti e tutti intorno a lui sussurrano fossero dei terroristi. Il vivido racconto del dott. Pinto su Michele Musso ed Alice Rosato, genitori di Tommaso, scatena in lui un’assoluta noncuranza verso la vita che conduce: si fa licenziare dal giornale, chiude la relazione con l’ambiziosa ed un po’ noiosa fidanzata Marta, abbandona gli amici ed i locali del quartiere Pigneto, tutto ciò che vuole è conoscere la verità sui suoi genitori.

Inizia così un viaggio tra Roma, Milano e la Francia alla ricerca delle persone che li hanno conosciuti.

E proprio attraverso i ricordi delle persone che incontra, Tommaso riesce a disegnare una mappa della vita di Michele ed Alice.

Scopre che suo padre aveva scelto Alice dopo una lunga relazione intrattenuta con sua sorella, Diana, che era il delfino di Giangiacomo Feltrinelli nella visione alla lotta armata, che all’inizio i suoi genitori erano solo dei giovani rivoluzionari, come molti d’altronde negli anni Settanta, che erano diventati terroristi e costretti perciò alla clandestinità solo nel 1977, dopo l’attentato alla sede romana del MSI nel quale rimane ucciso un innocente.

Scopre della loro fuga in Francia grazie al compagno Sandro Ganci, dell’accoglienza a Parigi da parte del professor Dupont, figura enigmatica sin da subito che la storia rivelerà come cruciale, del loro ingresso nella società Hyperion, coinvolta addirittura nell’affaire Moro.

Il finale ci renderà conto di questo itinerario tra luoghi dell’anima e della storia e ci consegnerà un Tommaso diverso, consapevole, maturo, un “grande” finalmente.

Un romanzo corale, tenuto insieme dalla voce narrante dello scombussolato protagonista, un romanzo che contiene in sé anche i tratti di un thriller accattivante dal finale ben costruito.

Forse uno dei tentativi più riusciti di incanalare la dirompenza narrativa dei “terribili” Anni di piombo in una storia che può essere letta in treno, in metro o alla fine di una lunga giornata di lavoro.

 

 

 

 

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