Interviste

Un po’ come archeologia e geologia. Intervista a Federico Zaghis.

Federico Zaghis è direttore editoriale e artistico, insieme a Guido Ostanel, della casa editrice BeccoGiallo. Fondata nel 2005 a Treviso – oggi ha sede a Padova e fa parte del gruppo Fandango – BeccoGiallo si è affermata nel panorama dell’editoria a fumetti soprattutto attraverso il graphic journalism. Oggi tuttavia, il catalogo si è ampliato e comprende anche libri di saggistica e per l’infanzia.

Ho avuto la fortuna di conoscere Federico – e poi di rubargli un’intervista – in un contesto tutt’altro che formale: nel bel mezzo di un aperitivo, tra gente che parla e ride, tra gli schiamazzi di Piazza Vittoria alle sei di sera. Credo che questo sia importante, perché il bar è un luogo in cui le persone si incontrano e si ritrovano, festeggiano o condividono la loro quotidianità. Il bar è pop, così come lo è il fumetto, per questo è il luogo perfetto per parlarne.

So che lei ha conseguito un dottorato in mineralogia applicata, come è arrivato quindi un mineralista a fondare e dirigere una casa editrice?

La risposta è abbastanza semplice, anche se sembrano mondi abbastanza diversi, perché è concreta. Mio padre ha una libreria dal ‘76, una libreria bella grande che si chiama Libreria Becco Giallo. Negli anni ottanta ha cominciato a fare anche un po’ di editoria, insieme a un gruppo di lettori affezionati che girava intorno alla libreria. Ha fatto delle piccole edizioni molto pregiate di alcuni autori che bazzicavano la libreria in quegli anni, tra questi Goffredo Parise che donò alla libreria un suo racconto – Arsenico (Edizioni Becco Giallo, 1985) – e che fu una delle prime pubblicazioni di mio padre. L’esperimento della casa editrice però finì presto. Io comunque sono nato e cresciuto nel mondo dei libri. Allo stesso tempo però mi interessava anche la scienza: mi piacevano un sacco i fossili, la paleontologia, i minerali eccetera. Ho scelto di iscrivermi a geologia a Padova e il mio percorso mi ha portato a scegliere una tesi di laurea che mescolava la geologia e l’archeologia in una disciplina che si chiama archeometria – che altro non è che mineralogia applicata. Questa cosa mi piaceva perché si trattava di unire una materia più scientifica come al racconto umano. Un anno prima di finire il dottorato ho deciso, insieme a un mio compagno di università [Guido Ostanel, n.d.r.], di fondare BeccoGiallo. Entrambi eravamo appassionati di fumetto e prima ancora di editoria in generale – studiavamo editoria dalla mattina alla sera – ma anche di inchieste giornalistiche e sin da subito abbiamo deciso di unire queste passioni nella casa editrice. All’inizio ho sfruttato un po’ i contatti di mio padre, specialmente con la distribuzione, poi ho cominciato a frequentare un po’ di fiere, a parlare con altri librai. In generale non sono mai stato digiuno di editoria, la geologia è stata una parentesi.

La casa editrice nasce quindi principalmente da una vostra passione che avete deciso di rendere concreta.

Si, tre passioni in particolare: l’inchiesta giornalistica, la politica e il fumetto. Meglio ancora: la necessità di trovare un linguaggio che potesse essere un po’ nuovo e popolare per raccontare certi argomenti. La carta vincente, come per altri progetti editoriali non nostri, è stata quella di aver avuto le idee abbastanza chiare sin da subito. Questo tutti l’hanno compreso immediatamente, a cominciare dai distributori. È più facile cominciare da una cosa specifica, e poi magari ti espandi.

In effetti non sono molti i progetti editoriali che, almeno in Italia, si concentrano sul graphic journalism.

In maniera sistematica no. Noi abbiamo costruito tutta la casa editrice su questo. Per tanti anni abbiamo fatto solo quello, abbiamo detto di no a libri e autori pazzeschi perché non stavano dentro quel genere. Eravamo abbastanza sovietici in questo senso.

Siete riusciti a creare una community di lettori affezionati puntando su una nicchia come questa?

Si. Nonostante negli ultimi anni sia più difficile tutto ciò, perché l’attenzione per una serie di tematiche politiche e di impegno civile è andata disgregandosi molto, differenziandosi in mille rivoli diversi. Questo rende più difficile tenere tutto in un unico contenitore, però è comprensibile: il mercato e la società evolvono. Comunque si, abbiamo puntato su una nicchia.

L’editoria oggi si poggia su equilibri molto fragili, e le stesse nicchie lo sono: non solo perché cambiano ma anche perché sono composte da numeri piccoli, e stare in piedi vendendo solo a numeri piccoli non è facile. La parte più seria del nostro lavoro sta nel trovare un equilibrio tra il mantenere la propria identità e la necessità di rimanere in piedi ampliando il nostro pubblico, anche attraverso la vendita dei diritti.

A tal proposito quali sono i libri più richiesti in termini di diritti?

Le biografie [a fumetti, n.d.r.] e una piccola parte di illustrati. 90% sono biografie, dal personaggio italiano mediamente famoso all’estero: Peppino Impastato, Olivetti, Baggio; a biografie fatte da noi ma di personaggi stranieri: Rosa Parks, Wislawa Szymborska, Nicola Tesla…

C’è stata anche qualche sorpresa: il libro sulla TAV che abbiamo venduto a un editore canadese, e un libro sulla crisi economica europea – Pop Economix (BeccoGiallo, 2013) – che abbiamo venduto in Corea del Sud. La cosa bella di vendere i diritti è che a volte si creano dei veri e propri gemellaggi. Ricordo che, finché è stato in piedi, c’era un editore austriaco, molto schierato, che comprava quasi tutte le cose che pubblicavamo.

Parlando di catalogo, oltre al graphic journalism oggi il vostro comprende anche una parte di saggistica, dedicata in special modo al cinema. Come mai la scelta di concentrarsi in maniera specifica su questo medium?

La scelta parte sempre da una passione – folle – per il cinema da parte di entrambi, sia mia che di Guido. Quindi in un certo senso il cinema c’è sempre stato dentro BeccoGiallo, anche se non avevamo pubblicato nulla sull’argomento. A un certo punto ci è arrivato tra le mani un autore – Matteo Marino – che nell’istante in cui ci ha mandato la proposta ci ha fatto sobbalzare. Abbiamo pensato che fosse un divulgatore e un narratore nato a cui dovevamo trovare uno spazio. Per caso, un po’ di mesi prima della proposta di Matteo, avevamo cominciato ad aprirci alla saggistica con un libro sugli anni ottanta, dal momento che era molto verticale sul fumetto, sui cartoni animati e il pubblico poteva essere ampio e vagamente simile [a quello delle altre pubblicazioni, n.d.r]. Matteo ha intercettato questo progetto e, dato che nessuno voleva pubblicare il suo libro sulle serie tv, lo ha proposto a noi. A noi è piaciuto molto, l’abbiamo pubblicato e continuiamo a pubblicare i libri di Matteo.

BeccoGiallo si occupa anche di libri per l’infanzia. Tuttavia cerca di dare loro un taglio divulgativo, penso per esempio alla collana Critical Kids. Da dove arriva questa scelta?

Lì la scintilla ci è arrivata con le fiere e le presentazioni nelle librerie. Ricevevamo molti feedback delle persone che compravano i nostri libri, soprattutto da genitori, che sentivano il bisogno di parlare ai figli di temi complessi. Abbiamo deciso di provarci e così è nata la collana Critical Kids, in cui razzismo, ambiente, bullismo, alimentazione, sessualità – tutti temi che già affrontiamo con un altro linguaggio – sono spiegati ai bambini. Ha funzionato. Questo dimostra che quando conosci bene i tuoi lettori, riesci a intercettare anche nuove necessità e dare loro nuovi libri da leggere.

Si parla ultimamente di crisi del fumetto in Italia, dopo l’impennata di vendite durante la pandemia. Questo calo, dovuto a fattori diversi, scaturisce anche da un problema di comunicazione e ricezione del prodotto. Sei d’accordo? È una dinamiche che sperimenta anche BeccoGiallo?

La sintesi è azzeccata ma aggiungo un po’ di pezzi: è normale che in un mercato improvvisamente drogato, come durante e appena dopo la pandemia, ci siano spinte esagerate in alcuni settori che non rispecchiano il consumo effettivo. È normale anche il fatto che oggi un po’ si sconti questa impennata. Quando diciamo che il mercato del fumetto è in crisi, è perché lo paragoniamo a quello del 2019 e 2020, ed è giusto perché i numeri parlano chiaro. Siamo in crisi ma se si guarda a prima del 2019 i numeri sono più o meno gli stessi di oggi. È cambiata la tipologia di libri: le strisce a fumetti che prima funzionavano, oggi sono molto marginali.

Per quando riguarda la comunicazione del prodotto il problema è che la valenza del fumetto è ancora considerata minore: rimane una lettura considerata da molti alternativa, di serie b, complementare, manca proprio quella sensibilizzazione al fumetto – sia per i librai che per i lettori – che sbloccherebbe questa situazione. Le spinte in tal senso devono arrivare da varie parti: se ci sono autori bestselling – Zerocalcare, Gipi eccetera – più sono meglio è, perché sdoganano e destano l’interesse di librai e pubblico. Più si alza il livello delle storie che si raccontano con i fumetti, e del fumetto stesso, più si fa bene al movimento. Far capire ai grandi lettori che una graphic novel può essere un libro che si portano a casa e quando lo leggono li emoziona e vale la pena, significa cambiare la percezione del prodotto.

Il nostro lavoro come BeccoGiallo è sempre stato quello di comunicare alle persone, anche non-lettori, che con il fumetto potevano comprendere e affrontare argomenti che altrimenti sarebbero stati ostici. C’è tanta gente che non legge perché trova il mondo dei libri difficile in generale, oppure perché trova alcuni temi faticosi. Con il fumetto si rimuove un po’ questa barriera, e noi continuiamo a lavorare su questo sperando che la percezione cambi.

Adesso si sente parlare ovunque di intelligenza artificiale, dal momento che si teme che possa sostituire il lavoro umano – anche quello creativo. Secondo lei il pubblico è indifferente a chi o cosa produce un libro, oppure considera la creatività umana un valore aggiunto?

Al pubblico interessa sicuramente la firma umana e il fatto che dietro un libro ci sia una persona con una sua storia, una sua memoria e una sua emotività. Questo lo vedo anche nell’altro mio lavoro, nell’agenzia che ho a Milano [Yoonik, n.d.r] e con cui mi occupo di talent e project management legato all’arte. Negli ultimi mesi, brand anche molto importanti ci chiedono artisti che firmino edizioni limitate di confezioni, di vestiti, bottiglie, oppure che si esibiscano in performance dal vivo. Forse questa è una risposta al fatto che oggi, con l’intelligenza artificiale, si teme la standardizzazione.

Questo non vuol dire che alcuni lavori umani non verranno sostituiti dall’intelligenza artificiale. Con alcuni artisti al Bookpride di quest’anno abbiamo tenuto una conferenza sul rapporto tra fumetto e IA in cui tutti abbiamo sostenuto che il lavoro di un fumettista è fatto da varie componenti, le quali possono essere assolutamente sostituite, implementate e migliorate, tuttavia la parte creativa non lo è.

Com’è la sua giornata-tipo da direttore editoriale e artistico di BeccoGiallo?

Nella prima parte della giornata, quando sono più fresco, leggo le proposte e mi dedico allo scouting. È la parte più bella del lavoro, perché arrivano moltissimi progetti. Soprattutto in concomitanza di fiere come quella di Bologna, Francoforte o Londra, arrivano mille proposte dagli agenti da tutto il mondo. Quando sono un po’ più stanco rispondo alle mail, perché è un lavoro un più automatico. Tre volte a settimana abbiamo i GM – quelli che chiamiamo “good morning” – in cui con tutta la redazione e i vari team facciamo una mezz’ora di allineamento: ci diciamo quello che stiamo facendo, su cosa stiamo lavorando, così se ci sono domande ce le facciamo dal vivo.

Nel pomeriggio poi c’è la lettura dei testi sui quali si sta lavorando e che gli editor mi mandano. L’ultima parte della giornata è dedicata invece alle copertine e ai testi di marketing. C’è anche un intenso scambio con la nostra direttrice commerciale, che è la direttrice del gruppo Fandango, perché lei comunica a me i dati di vendita e i feedback da parte delle librerie.

Si balla un po’ quindi tra la parte del mattino, più creativa, e la parte più tecnica di analisi dei dati, però è molto bello dover tenere in equilibrio sia i numeri la parte creativa. Nessuna delle due alla fine è indipendente dall’altra.

Un po’ come l’archeologia e la geologia.

Si, materia umanistica e materia scientifica.

di Michele Trivellin

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