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Una città senza centro

di Giuseppe Aguanno

Guido Morselli
Roma senza Papa
Collana: gli Adelphi
Adelphi, 1992
p. 184, 10 €

morselli«Roma senza Papa è una rovina, Monsignore. Una femmina senza marito.»

Un anno dopo la morte di Guido Morselli, avvenuta nel 1973, Adelphi avvia la pubblicazione di tutta l’opera dell’autore varesino, cominciando da Roma senza Papa. Scritto tra il 1966 e il 1967, questo breve romanzo fa parte del secondo ciclo della narrativa morselliana, in cui l’autore si apre al fantastico, rendendolo prezioso strumento d’analisi della contemporaneità e delle derive storico-sociali verso cui questa potrebbe virare.

Roma senza Papa è ambientato alla fine del ventesimo secolo, circa trent’anni dopo il periodo in cui fu scritto. Al tempo si era da poco concluso il Concilio Vaticano II, con cui la Chiesa di Roma si era aperta alla comprensione dei mutamenti sociali in corso e al dialogo con le altre religioni. Anche le brezze dell’imminente Sessantotto cominciavano a soffiare, annunciatrici di quello che pochi mesi dopo sarebbe divenuto un monsone. Si tratta di eventi e di atmosfere che hanno influenzato in modo significativo la costruzione del romanzo.

Don Walter è un prete svizzero che si trova a Roma per un incontro con Sua Santità. Il soggiorno romano viene prolungato in modo inaspettato, in quanto il Pontefice pare essere maestro nell’arte del procrastinare, dando occasione al sacerdote di riflettere insieme al lettore sui cambiamenti avvenuti in seno al clero cattolico. E sono queste riflessioni, amare ma delicatamente ironiche, che ci introducono un protagonista critico verso lo scenario in cui si muove (come molti protagonisti dei romanzi di Morselli), eppure, per temperamento e per rassegnazione, mai apertamente in antitesi col potere costituito. Del resto, più che un’istituzione temporale, pare si ritrovi a fronteggiare la decadenza di un’epoca intera.
L’autore dona a Walter un eloquio forbito, ma non per questo stucchevole, che si concretizza nella ricchezza linguistica tipica di Morselli, cui si aggiungono, in questo caso, riferimenti alla teologia, alla burocrazia ecclesiastica e alle loro terminologie specifiche. Nulla di strano: la voce narrante è quella di un prete e le sue parole non sono scevre da una formazione e da un vissuto precedente. Ne giova una narrazione che risulta da subito in grado di immergere il lettore in un contesto fortemente connotato.

Nel mondo del romanzo, Giovanni XXIV, il Papa di questo futuro alternativo, ha abbandonato l’Urbe in favore di una località defilata, a pochi chilometri da Roma. Questo decentramento simbolico non corrisponde a uno “spostamento del centro”, quanto più a una sua rimozione. La portata rappresentativa del papato sembra essersi eclissata, giacché il capo della Chiesa non partecipa più alla vita pubblica dell’istituzione di cui è al vertice.
Mentre si diffondono i pettegolezzi su una presunta fidanzata del Pontefice, dato che il celibato ecclesiastico è stato abolito, diviene sempre più chiaro come la forza centripeta che teneva unita la Chiesa sia scomparsa. La disgregazione non mina l’esistenza in sé dell’entità ecclesiale, piuttosto ne scuote le basi morali, annacquando i principi cardine su cui essa poggia. La mancanza di un polo magnetico porta alla manifestazione di una pluralità di punti di vista interni differenti, che in anni passati rispetto a quelli della narrazione sarebbero sfociati in probabili eresie e conseguenti scomuniche.
I dibattiti e i confronti tra i teologi vengono gestiti dai computer, cui viene demandato il compito di sostituire gli uomini nelle discussioni delle proprie tesi; gli esiti sono tragicomici e sfociano in esposizioni caotiche e grottesche, col risultato di annullare qualsiasi spunto critico tra le parti chiamate in causa, costrette, per sfinimento, all’accomodamento e al volemose bene, in nome di un relativismo becero e buonista, ma garante di un’unità formale.

Non è solo la Chiesa vittima del serio divertissement di Roma senza Papa: da alcuni scorci dell’opera emerge un’Italia tragicamente simile a quella contemporanea, in cui l’unico vagito rivoluzionario da parte del popolo viene espresso solo dinanzi alla proposta di deprofessionalizzare i calciatori. L’entrata del Bel Paese in Europa viene poi indicata come una sorta di “retrocessione a sud” dell’intera penisola, problema che non riguarda più solo i meridionali, ma tutta la nazione, e qui potremmo dire che Morselli abbia proprio visto ciò che il presente ci ha riservato in questo nuovo millennio.

Il punto di vista del personaggio morselliano è quello di un uomo di buon senso, ironico, per nulla estremista, ma che avverte nel volere essere tutto, predicato dalle gerarchie cattoliche rappresentate nel romanzo, il pericolo concreto di diventare niente.
Questo pericolo è al contempo dramma e poesia della postmodernità, risultando tremendamente attuale anche per ciò che riguarda la politica, nelle sue sembianze più demagogiche e populiste.

A distanza di decenni dalla stesura, Roma senza Papa mostra ancora oggi l’acutezza e la lucidità del suo autore, capace di leggere e interpretare dall’interno i segni dei tempi e di trasmetterli con una finezza stilistica che difficilmente trova pari tra gli scrittori italiani del Novecento.

«Mi sono votato a fare a piedi gli ultimi trenta chilometri del mio pellegrinaggio. Il Papa ci riceve sabato mattina. Intanto per allenarmi salgo-scendo quella faticosa scenografia che è la Roma storica, più sorprendente che bella per un occhio elvetico, cioè gotico, come il mio.»

Fonte foto: http://d.gr-assets.com/books/1338035230l/9669162.jpg

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