Delitti, editor e intelligenza artificiale: viaggio nel mondo del giallo e del noir con Paolo Fizzarotti
Il giallo e il noir rappresentano oggi il motore dell’editoria italiana. Per analizzare le luci e le ombre di questa centralità, abbiamo intervistato Paolo Fizzarotti, giornalista di cronaca nera, scrittore (autore del romanzo Carnaio 8844) e direttore artistico del festival letterario Santa in Giallo. Con sguardo lucido ed esperto, Fizzarotti riflette sul rischio di omologazione, l’importanza dell’editor, le licenze poetiche e l’evoluzione del genere tra ricerca di originalità, rigore e nuove tecnologie.
- Oggi il giallo e il noir sono considerati i veri motori dell’editoria italiana. Secondo lei, questa centralità sta premiando la qualità o rischia di standardizzare le storie, omologando la voce degli autori?
Innanzitutto dobbiamo distinguere il giallo dal noir, perché non sono sinonimi, anche se in Italia utilizziamo spesso la parola «giallo» per indicare un’intera famiglia di generi letterari. Nel giallo classico prevalgono l’enigma e la sua soluzione; nel noir contano soprattutto il lato oscuro dell’essere umano, le sue contraddizioni e quelle della società. Entrambi hanno un enorme successo commerciale, ma questo comporta un rischio. Per molte case editrici rappresentano un’importante fonte di ricavi e quindi una garanzia per sostenere economicamente altre pubblicazioni. È comprensibile che gli editori cerchino di andare sul sicuro, ma così si crea una spinta verso l’omologazione che entra direttamente in conflitto con il lavoro dello scrittore, fondato sull’originalità e sulla fantasia. In Italia abbiamo almeno una ventina di autori affermati con una voce immediatamente riconoscibile, che hanno saputo conquistarsi una propria identità letteraria. Per molti altri, soprattutto quelli che non hanno ancora raggiunto una posizione solida nel mercato, diventa invece difficile resistere alle pressioni editoriali che li spingono a imitare modelli già collaudati. Il paradosso è evidente: si cerca la formula di sicuro successo, ma a forza di ripeterla si finisce per rendere gli scrittori indistinguibili. E perché un lettore dovrebbe acquistare un libro che sembra scritto da qualcun altro?
Qui diventa decisiva la figura dell’editor, che non dovrebbe essere soltanto un correttore o un normalizzatore dei testi. Ci sono editor che tagliano, limano e livellano verso il basso, perché non riescono a vedere oltre le formule commerciali conosciute. Altri, invece, sanno riconoscere, tra centinaia di manoscritti, il guizzo dell’ingegno, una buona idea, una novità autentica, e aiutano l’autore a svilupparla senza snaturarla. Un esempio illuminante, anche se non appartiene al genere giallo, è Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi: un romanzo fuori da ogni schema, pubblicato dalla piccola Laurana, diventato un caso editoriale grazie anche al passaparola dei lettori e arrivato nella dozzina del Premio Strega 2023. La dimostrazione che un editore coraggioso può ottenere risultati importanti proprio rischiando sull’originalità. A Santa in Giallo abbiamo voluto mettere a confronto grandi gruppi editoriali, case editrici indipendenti e autori ancora inediti, giudicando la qualità delle opere e non la forza commerciale dei marchi. Perché le classifiche di vendita non sono necessariamente classifiche di valore letterario.

- Negli ultimi anni abbiamo assistito a una fortunata contaminazione tra il giallo classico e altri generi: dal romanzo storico al thriller scientifico, fino al fantastico. Qual è, a suo avviso, il confine che il giallo non dovrebbe mai superare per non perdere la sua identità?
Non credo che esistano confini invalicabili per la sperimentazione letteraria. Un giallo può essere storico, scientifico, psicologico, fantastico, può mescolarsi al romanzo d’avventura o alla fantascienza. Quello che conta è la coerenza della narrazione. Il giallo d’enigma promette al lettore un mistero da risolvere e dovrebbe offrirgli gli elementi per arrivare a una soluzione razionale, senza barare. Il thriller privilegia invece la tensione e il pericolo: possiamo conoscere il colpevole fin dall’inizio e continuare a leggere per scoprire se riuscirà nel suo intento o se qualcuno riuscirà a fermarlo. Il noir può spingersi ancora oltre, perché non deve necessariamente contenere un’indagine: può raccontare direttamente il mondo criminale, le motivazioni dei personaggi, la violenza e le contraddizioni della società. Anche per i protagonisti non vedo alcun limite. Non dobbiamo necessariamente ricorrere al solito commissario, all’investigatore privato geniale o tormentato, oppure all’ennesima Miss Marple. Chiunque può trovarsi coinvolto, anche involontariamente, in un mistero ed essere costretto a cercarne la soluzione.
Un esempio straordinariamente interessante è quello di Elisa Bertini, terza classificata tra i romanzi editi di Santa in Giallo 2026 con Linfa nera, pubblicato da SEM, marchio del Gruppo Feltrinelli. Ha inventato Lena Malinverni, una botanica forense, figura investigativa insolita, capace di leggere nelle piante, nei pollini, nei semi e nei frammenti vegetali tracce che possono contribuire a risolvere un delitto. Ma l’originalità non è soltanto nella professione: è anche nella personalità della protagonista, nelle sue fragilità e contraddizioni. Il personaggio si è rivelato così interessante che i diritti del romanzo sono già stati opzionati dalla società di produzione Lux Vide per un possibile adattamento televisivo. Questo dimostra che l’innovazione può essere anche commercialmente vincente. La contaminazione tra generi e l’invenzione di nuovi protagonisti sono una ricchezza, purché non diventino espedienti per nascondere una trama debole. La vera sfida consiste nel sorprendere il lettore senza tradire le regole del mondo narrativo che abbiamo costruito.

- C’è un divario evidente tra le indagini raccontate nei romanzi e quelle reali, fatte di procedure burocratiche, codici e tempi dilatati. Quanto pesano le “licenze poetiche” degli scrittori sulla percezione che il pubblico ha della giustizia e delle forze dell’ordine?
Ho lavorato per trent’anni come cronista di nera e posso assicurare che le indagini reali sono molto diverse da quelle raccontate nei romanzi. Non soltanto per i tempi e le procedure, ma soprattutto per il modo in cui lavorano le persone. L’investigazione è quasi sempre un’attività collettiva. In polizia e nei carabinieri ci sono uffici e squadre che seguono le indagini, raccolgono testimonianze, confrontano elementi, svolgono accertamenti e riferiscono alla magistratura. Naturalmente un commissario o un capitano dei carabinieri, grazie all’esperienza e alla preparazione professionale, può avere una capacità superiore di mettere in relazione i diversi elementi e coordinare il lavoro. Ma non è il detective solitario che arriva, capisce tutto e risolve il caso mentre gli altri rimangono a guardare. Persino quando un singolo investigatore svolge una parte importante dell’attività, il risultato confluisce in un lavoro collettivo e nei rapporti destinati al pubblico ministero. Nei romanzi questo si vede raramente, anche in quelli che pretendono di rappresentare realisticamente le indagini. C’è un sottogenere, il police procedural, che presta maggiore attenzione al funzionamento degli apparati investigativi, ma anche lì le esigenze narrative portano spesso a semplificazioni.
C’è poi un aspetto ancora più interessante, che riguarda le atmosfere. Nei noir tutto è spesso cupo, plumbeo, angosciante. Nella realtà non funziona così. Sui luoghi dei delitti si ride, si scherza, si fanno battute, anche durante indagini molto drammatiche. Potrei raccontare decine di episodi vissuti personalmente con poliziotti e carabinieri. Non significa mancare di rispetto alle vittime: è un modo umano di affrontare la tensione, come accade anche tra medici impegnati in interventi chirurgici difficili. Nei tribunali ci sono scontri durissimi tra magistrati e avvocati, ma anche momenti informali, rapporti personali, battute e discussioni. Quando bisogna assumere una decisione o testimoniare, ciascuno torna rigorosamente al proprio ruolo. Ecco il paradosso: se uno scrittore raccontasse fedelmente certe situazioni che ho vissuto, molti lettori le considererebbero inverosimili. Perché sono abituati agli stereotipi dei romanzi e delle fiction televisive. Non parlerei quindi soltanto di licenze poetiche: spesso si tratta di convenzioni narrative ormai così consolidate che la realtà, per essere considerata credibile, deve essere modificata.
- Negli ultimi tempi, la figura del detective nei romanzi italiani si è fatta via via più fragile, problematica, spesso ai margini della società o afflitta da drammi personali. Secondo lei è il riflesso di un cambiamento sociale, o rischia di diventare un cliché narrativo un po’ stanco?
Intanto ricorderei che il detective tormentato non è un’invenzione recente. Appartiene già alla tradizione americana dell’hard boiled, da Dashiell Hammett a Raymond Chandler. Rispetto all’investigatore razionale del giallo classico, che attraverso la logica ricompone un ordine turbato dal delitto, questi personaggi vivono direttamente le contraddizioni della società. Ma il problema, secondo me, è più profondo e riguarda la rappresentazione letteraria dell’essere umano. Nella realtà nessuno è riconducibile a un’unica caratteristica psicologica. Lo stesso carabiniere che scherza con i colleghi sulla scena di un crimine, magari per allentare la tensione, può essere un investigatore preparatissimo e avere contemporaneamente problemi familiari, sentimentali, psicologici o di salute. Come tutti noi. Non esistono compartimenti stagni tra le diverse dimensioni della personalità. Un individuo può essere ironico e malinconico, generoso e sgradevole, coraggioso e impaurito, a seconda delle circostanze. Spesso nei romanzi, invece, i caratteri vengono semplificati fino a trasformarsi in stereotipi: il commissario alcolizzato, quello divorziato, quello perseguitato dai fantasmi del passato.
Naturalmente bisogna distinguere la vita reale dalla finzione letteraria. Se uno scrittore si limitasse a descrivere fedelmente tutto quello che accade nella realtà, senza selezionare, organizzare e trasformare il materiale, rischierebbe di produrre una cronaca, non un romanzo. La letteratura deve costruire una narrazione, trovare un ritmo, dare un significato agli avvenimenti e rendere i personaggi interessanti per il lettore. La vera difficoltà, che considero una delle prove più impegnative per uno scrittore, consiste nel trasferire sulla pagina la complessità psicologica dell’essere umano senza perdere la forza del racconto. È un equilibrio difficilissimo, che pochi riescono a raggiungere pienamente, anche se alcuni autori ci si avvicinano con risultati notevoli. Non mi infastidisce quindi l’investigatore tormentato, ma il tormento utilizzato come espediente narrativo. Preferisco un personaggio capace di sorprendermi con le sue contraddizioni a uno che sembra costruito seguendo un elenco di caratteristiche considerate indispensabili per il successo commerciale.

- Parlando di scrittura e struttura della trama, quanto incide oggi la serialità televisiva sul modo in cui gli autori italiani concepiscono il ritmo e i colpi di scena di un libro?
Non attribuirei alla televisione l’invenzione della serialità: Sherlock Holmes era già un protagonista seriale ben prima del piccolo schermo. Le fiction contemporanee hanno però accentuato il ricorso a capitoli brevi, colpi di scena frequenti e finali sospesi, i cosiddetti cliffhanger. È una tecnica particolarmente congeniale al thriller, dove la suspense e il ritmo serrato sono fondamentali. Il giallo classico può invece permettersi tempi più distesi, perché il piacere del lettore nasce anche dal ragionamento, dalla ricerca degli indizi e dal tentativo di anticipare le conclusioni dell’investigatore. Nel noir possono diventare determinanti le atmosfere, l’introspezione psicologica e la rappresentazione dell’ambiente sociale. Non considero negativa l’influenza della televisione sulla letteratura: i diversi linguaggi narrativi si contaminano da sempre. Il problema nasce quando lo scrittore non conosce abbastanza le caratteristiche specifiche del romanzo e finisce per scrivere una sceneggiatura televisiva senza rendersene conto.
A Santa in Giallo, esaminando i romanzi inediti e anche alcune opere pubblicate da piccoli editori indipendenti, ci siamo imbattuti in testi che sembravano costituiti quasi esclusivamente da dialoghi. Un parlato continuo, una battuta dopo l’altra, come se i personaggi fossero davanti a una telecamera. Mancavano riflessioni, descrizioni, attese, silenzi, momenti di meditazione. Eppure un romanzo può procedere per molte pagine senza bisogno di un solo dialogo. La nostra impressione è stata che alcuni aspiranti scrittori avessero formato la propria conoscenza del genere soprattutto guardando serie televisive, anziché leggendo libri. Ed è qui che torniamo al problema dell’omologazione. Per trovare una propria voce, una propria poetica, bisogna prima conoscere le voci degli altri. Non si può essere originali senza sapere che cosa è già stato scritto e come. Altrimenti si finisce inconsapevolmente per imitare modelli molto diffusi. È un circolo vizioso: gli editori cercano formule già sperimentate perché presumono che vendano, gli autori le riproducono e il risultato rischia di essere una narrativa sempre più uniforme. Ma quando l’omologazione diventa banalizzazione, si distrugge proprio ciò che dovrebbe distinguere uno scrittore dagli altri.

- Oggi il pubblico è anche sommerso da dettagli tecnici, scientifici e forensi grazie a serie TV, documentari e true crime. Questo livello di competenza diffusa dei lettori ha reso gli scrittori italiani più rigorosi e attenti ai dettagli, o ha finito per irrigidire la creatività della trama?
Non sarei così sicuro che questa competenza diffusa esista davvero. Il pubblico conosce molti termini scientifici e giudiziari perché li sente continuamente in televisione, ma familiarità con un linguaggio non significa necessariamente comprenderne il significato. Il rischio è che informazioni sbagliate, ripetute nei romanzi e nelle fiction, finiscano per essere considerate verità acquisite. Proprio per affrontare questo problema, durante Aspettando Santa in Giallo abbiamo organizzato un incontro molto interessante tra Giuseppe Battarino, ex magistrato e autore del libro Giallisti sul serio, e Angelo Sardi, tecnologo dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica. Il tema era costituito dagli errori commessi dagli scrittori di gialli. Battarino ha smontato una serie di procedure investigative e giudiziarie completamente inverosimili, mentre Sardi ha analizzato alcuni delitti letterari dimostrando che, scientificamente, non avrebbero potuto verificarsi nei modi descritti. Tra gli esempi, quello di un thriller nordico in cui l’elettricità prodotta da pannelli fotovoltaici veniva utilizzata per uccidere una persona. Lo scienziato ha spiegato perché il circuito e gli effetti descritti nel romanzo non fossero fisicamente plausibili. È un episodio curioso, ma anche istruttivo: uno scrittore può inventare una storia, non dovrebbe inventare il funzionamento della fisica senza preoccuparsi di verificarlo.
Naturalmente la libertà narrativa è sacrosanta. Un giallo non è un manuale di procedura penale, così come un thriller scientifico non è un trattato universitario. Ma bisogna distinguere la semplificazione necessaria al racconto dall’errore dovuto all’impreparazione. È interessante, a questo proposito, tornare a Elisa Bertini e alla sua botanica forense. L’autrice non proviene professionalmente dal mondo della botanica: è una giornalista, che ha scoperto questa particolare disciplina e ne ha approfondito le possibilità investigative per costruire un personaggio originale. Questo dimostra che non occorre necessariamente essere specialisti della materia che si racconta, ma è indispensabile documentarsi seriamente. A Santa in Giallo abbiamo istituito anche un Premio di Psichiatria e Criminologia, perché riteniamo importante valutare la credibilità dei comportamenti, delle motivazioni e dei meccanismi psicologici dei personaggi. Non basta sapere come si compie un delitto: bisogna anche comprendere perché una persona potrebbe arrivare a commetterlo. La precisione scientifica e la conoscenza della psicologia umana non limitano la fantasia; quando vengono utilizzate bene, offrono allo scrittore possibilità narrative ancora più ricche.

- Se volessimo fotografare il “giallo al femminile” in Italia, noteremmo che le autrici e le protagoniste donne non sono più un’eccezione. In che modo stanno cambiando i punti di vista e i temi caldi del genere?
Personalmente non faccio quasi mai distinzioni tra uomini e donne quando parliamo di creatività, lavoro o capacità professionali. Non credo che esista una scrittura maschile e una femminile: esistono scrittori più o meno bravi, capaci di interpretare con maggiore o minore profondità la psicologia umana, di costruire personaggi credibili e di raccontare la realtà. Una donna può scrivere un noir durissimo e un uomo un delicato thriller psicologico, senza che questo debba sorprenderci. Del resto, parlare di giallo al femminile come di una conquista recente è già un piccolo equivoco: basterebbe ricordare Agatha Christie, una delle figure fondamentali nella storia del genere. Anche la presenza di investigatrici non dovrebbe essere più considerata eccezionale. Da molti anni le serie televisive tedesche, britanniche e nordiche presentano donne alla guida delle indagini, senza che questo richieda particolari giustificazioni. E non vedo perché una donna dovrebbe avere capacità investigative diverse da quelle di un uomo. Contano l’intelligenza, la preparazione, l’esperienza, il carattere e la sensibilità individuale.
I risultati di Santa in Giallo 2026 sono, da questo punto di vista, molto significativi. Marina Repetto ha vinto il primo premio dei romanzi inediti con Vetrocemento, Elisa Bertini si è classificata terza tra gli editi con Linfa nera, Francesca Mautino ha conquistato il Premio della Giuria Tecnica con Tutti conoscono tutti. Chiara Moscardelli è arrivata terza nel Premio di Psichiatria e Criminologia, mentre nella sezione Junior dagli otto ai dieci anni tutte e tre le finaliste erano donne e ha vinto Milvia Vincenzini con Sayonara miss Hyde. Le nostre giurie hanno valutato le opere senza introdurre distinzioni tra autori e autrici, e i risultati sono arrivati attraverso il merito letterario. Naturalmente esperienze personali diverse possono arricchire la narrativa e portare a esplorare temi nuovi, dalla violenza di genere ai rapporti familiari e alle relazioni di potere. Ma non attribuirei questi argomenti esclusivamente alle donne. La letteratura dovrebbe aiutarci a comprendere l’essere umano nella sua complessità, non rinchiuderlo in categorie prestabilite.

- Negli ultimi anni il noir è diventato spesso lo specchio più spietato delle piaghe del nostro Paese (dalla corruzione sistemica alle mafie silenziose, fino ai disastri ambientali). Pensa che la finzione narrativa riesca a denunciare la realtà quanto la saggistica o il giornalismo d’inchiesta?
È proprio qui che il noir esprime una delle sue caratteristiche più interessanti e che lo distingue maggiormente dal giallo classico. Non si limita a chiedere chi abbia commesso un delitto, ma cerca di capire quali condizioni sociali, quali interessi e quali meccanismi di potere abbiano contribuito a renderlo possibile. Può quindi raccontare corruzione, violenza, criminalità organizzata e ingiustizie con una profondità emotiva che la cronaca quotidiana non sempre consente. In questo senso il noir può diventare uno strumento di denuncia sociale estremamente efficace, perché porta il lettore all’interno dei meccanismi del male, lo costringe a confrontarsi con i personaggi e con le loro motivazioni, anche quando sono moralmente ripugnanti. Un romanzo può farci comprendere certe situazioni più profondamente di quanto riesca a fare una semplice esposizione di fatti.
Ma non può sostituirsi al giornalismo d’inchiesta. Il giornalista deve documentare i fatti, verificarli, confrontare le fonti e assumersi la responsabilità di ciò che scrive. Lo scrittore può invece costruire personaggi immaginari, inventare situazioni e utilizzare liberamente il materiale narrativo. Sono due strumenti diversi, che possono completarsi ma non devono essere confusi. A Santa in Giallo ho voluto assegnare a Umberto Brindani il Premio speciale del Direttore artistico per Senza lasciare traccia, proprio per sottolineare il rapporto tra esperienza giornalistica e narrativa d’indagine. La conoscenza dei meccanismi della cronaca, della ricerca della verità e delle contraddizioni umane può rappresentare una straordinaria risorsa letteraria. Ma una cosa deve rimanere chiara: la forza evocativa di un romanzo non costituisce una prova, mentre un’inchiesta giornalistica deve sempre poggiare su elementi verificabili.

- Se dovesse scommettere sul futuro, quale crede sarà la prossima grande evoluzione o il tema inedito che l’editoria di genere italiana affronterà nei prossimi anni?
Scommetterei meno su nuovi tipi di delitto e più su nuove forme di identità, manipolazione e controllo delle persone. L’intelligenza artificiale, le identità digitali e le falsificazioni sempre più sofisticate cambieranno profondamente anche il concetto stesso di prova. Nel giallo sarà interessante ricostruire la verità in un mondo nel quale persino immagini, registrazioni e testimonianze possono essere create artificialmente. Potremmo trovarci davanti a storie in cui il problema non è più soltanto individuare chi ha commesso un delitto, ma capire se ciò che abbiamo visto, ascoltato o letto sia realmente accaduto. È un cambiamento che riguarda già oggi il lavoro dei giornalisti e degli investigatori e che offre agli scrittori possibilità narrative enormi.
Nel thriller queste tecnologie potranno alimentare ricatti, inseguimenti, manipolazioni psicologiche e situazioni di pericolo fino a pochi anni fa difficilmente immaginabili. Il noir potrà invece interrogarsi su chi controlla queste tecnologie, quali nuovi poteri ne derivano e quali conseguenze producono sulle disuguaglianze e sui rapporti sociali. Mi interessa anche l’evoluzione dei linguaggi attraverso i quali raccontiamo le storie. Non a caso tra i progetti di Santa in Giallo c’è l’apertura al fumetto di genere, con l’idea di recuperare anche forme narrative che sembravano appartenere al passato, reinterpretandole in chiave contemporanea. Credo che il futuro della letteratura d’indagine non dipenderà soltanto dagli argomenti affrontati, ma dalla capacità degli autori di trovare nuovi punti di vista e nuovi linguaggi. La fantasia rimane lo strumento più importante, purché sia accompagnata dalla conoscenza della realtà.

- Quale consiglio sente di dare a un aspirante autore di romanzi gialli o noir?
Il primo consiglio è leggere moltissimo. Non soltanto gli autori di maggiore successo, ma anche i classici, gli scrittori meno conosciuti e quelli che appartengono a generi diversi. Per costruire una propria voce narrativa bisogna conoscere quelle degli altri. Il secondo consiglio è comprendere bene quale tipo di storia si desidera raccontare: un enigma da risolvere, una tensione da sostenere, un universo criminale da esplorare. Nel giallo bisogna rispettare la logica degli indizi; nel thriller costruire una suspense credibile; nel noir conoscere la psicologia dei personaggi e le contraddizioni della società. Ma vorrei soprattutto sfatare un luogo comune: quello dello scrittore che compone il proprio romanzo, consegna il manoscritto all’editore e lo vede pubblicato praticamente così com’è. Oggi, almeno nell’editoria maggiormente strutturata, non funziona così. Un libro è spesso il risultato di un lungo lavoro collettivo, fatto di correzioni, riscritture, confronti e continui rimandi tra autore ed editor. Le grandi case editrici possono permettersi professionisti dedicati a queste attività e diversi passaggi di revisione. Le piccole case editrici indipendenti, invece, devono spesso fare i conti con risorse economiche limitate. Questo non significa che manchino gli editor capaci, ma che non sempre ci sono i mezzi per garantire un lavoro altrettanto approfondito. Può quindi accadere che un romanzo venga pubblicato in una versione ancora sostanzialmente grezza, magari senza errori grammaticali o refusi evidenti, ma con problemi di struttura, ritmo, costruzione dei personaggi e sviluppo della trama. È una differenza che abbiamo potuto osservare anche valutando le opere di Santa in Giallo. L’ingegno dello scrittore è indispensabile, ma il lavoro editoriale professionale può fare la differenza tra un manoscritto promettente e un romanzo davvero compiuto. Naturalmente non mancano le eccezioni, soprattutto tra gli editori indipendenti più attenti alla qualità.
Infine, vorrei dare un consiglio molto concreto: dedicate un’attenzione particolare all’incipit. Le prime pagine di un romanzo sono fondamentali. Devono incuriosire, coinvolgere, trasmettere immediatamente la sensazione che l’autore abbia qualcosa di interessante da raccontare. Non è necessario cominciare con un omicidio, un inseguimento o un colpo di scena clamoroso. Un incipit memorabile può nascere da una descrizione, da un personaggio, da una situazione insolita o da una frase capace di aprire un mondo. Esaminando soprattutto i romanzi inediti di Santa in Giallo, ma anche alcune opere già pubblicate, ci siamo trovati davanti a inizi davvero sconfortanti per banalità e mancanza di interesse. E questo è un problema serio, perché chi valuta un manoscritto, proprio come il lettore che lo acquista in libreria, comincia dalle prime pagine a formarsi un giudizio. Un buon incipit non garantisce necessariamente un buon romanzo, ma un cattivo incipit può compromettere il rapporto con il lettore prima ancora che la storia abbia avuto la possibilità di svilupparsi. Consiglio quindi di riscriverlo, rileggerlo, modificarlo anche decine di volte, fino a trovare la forma giusta. E di non innamorarsi troppo delle proprie parole: bisogna imparare a tagliare, correggere e ascoltare le osservazioni di chi possiede competenze professionali. Una buona idea è soltanto il punto di partenza. Trasformarla in un buon libro richiede talento, cultura, tecnica, umiltà e moltissimo lavoro.
Intervista di Emanuele Bacigalupo


