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Di cosa abbiamo paura? Lettura e solitudine in tempi di quarantena

La quarantena può non essere semplice, ma di buono c’è che queste settimane metteranno bene allo scoperto, fra le altre cose, il nostro rapporto con la lettura. Mai come ora infatti le persone possono avere tempo di leggere. Questo periodo potrebbe dunque essere una specie di test, un banco di prova per capire veramente qual è oggi il nostro rapporto con i libri. Cosa che, mi pare, dovrebbe costituire la base fondamentale di tutte le riflessioni sull’editoria del domani.

Tempo

Un luogo comune frequente era che la mancanza di tempo, nella nostra società frenetica, fosse uno dei fattori chiave che allontanavano le persone dalla pratica della lettura. (Fa una certa impressione la naturalezza con cui viene spontaneo usare il tempo passato, come se dopo solo un mese di Coronavirus si stesse davvero già parlando di un’altra epoca…).

Quell’affermazione era naturalmente una falsità. È ovvio che a mancare non era il tempo in sé, quanto il tempo che noi eravamo disposti a dedicare alla lettura. Più in generale: non era il tempo in sé a mancare, quanto la nostra disponibilità a creare momenti di vuoto, la nostra capacità di dare spazio al tempo.

Socialità

Proviamo adesso ad entrare più nello specifico: cosa significa questo di preciso? Penso significhi semplicemente che, ogni qualvolta noi possiamo scegliere di svolgere un’attività sociale, che implichi l’interazione con altre persone (reale o virtuale che sia), lo facciamo a discapito di qualsiasi altra attività che potremmo invece svolgere da soli con noi stessi.

Alla base del nostro allontanamento dalla lettura di libri andrebbe riconosciuta innanzitutto la nostra crescente incapacità di sopportare il tempo vuoto; il tempo vuoto che è condizione imprescindibile a qualsiasi lettura approfondita, in quanto è ciò che garantisce il respiro mentale necessario a un’adeguata immersione nelle pagine di un libro.

Preferire la compagnia di altre persone alla lettura di un libro non penso sia di per sé qualcosa che ci differenzi da nessuna delle generazioni precedenti, neanche da quelle cresciute fra gli anni ’20 e gli anni ’70 del Novecento, che verosimilmente hanno letto di più in tutta la storia. Ma mentre fino a tutto quanto il Novecento le giornate erano ancora piene di momenti vuoti, che potevano durare anche interi pomeriggi o giornate, in cui probabilmente per molti di noi non c’era davvero cosa migliore da fare che leggere, oggi abbiamo sempre la possibilità, se vogliamo, di distrarci con attività che ci facciano (magari superficialmente, talvolta ingannevolmente, ma sempre nell’immediato) sentire meno soli. A cominciare, quando non possiamo vedere qualcuno di persona, dal passare innumerevoli frammenti di tempo sui social.

A conseguenza di ciò abbiamo maturato una sempre maggiore difficoltà a gestire il vuoto, il silenzio, la solitudine.

A tal proposito, non posso fare a meno di aggiungere questa parentesi: mentre scrivevo questo paragrafo mi sono interrotto a un certo punto per andare su Facebook; qualcuno aveva condiviso un’intervista sulla Repubblica di Bologna fatta a inizio quarantena a Nicola Borghesi, un giovane autore-regista di teatro. Mi è caduto subito l’occhio su questa sua frase: “Mi manca da morire la mia routine io che, a memoria, non ho mai passato una sera a casa. Solitamente ad una certa ora devo uscire a vedere gente altrimenti mi angoscio“.

Quarantena

Ora, questo periodo di quarantena forzata è andato, per ironia della sorte, a toccarci proprio sul nostro punto più debole: improvvisamente ci troviamo faccia a faccia con la nostra incapacità di rimanere serenamente soli con noi stessi, fermi dove siamo.

Penso sarà importante per chi si occupa di editoria svolgere delle indagini approfondite su quanto e come le persone in Italia hanno letto in queste settimane. In linea di principio, non ci dovrebbe essere periodo migliore di questo per leggere finalmente tutti i libri che ciascuno di noi ha sempre detto di voler leggere. E questo non vale solo per i lettori cosiddetti “forti”. Anche chi di solito è lettore soltanto occasionale dovrebbe essere portato, non foss’altro che per far passar le ore fra la visione di una serie tv e un’altra, a rivolgersi a qualche libro buono o cattivo che sia.

Ma è veramente così?

In un articolo precedente di questo blog, La testimonianza delle case editrici al tempo del Coronavirus, alcuni degli intervistati hanno riscontrato una certa difficoltà a leggere in questo periodo, anche da parte di lettori forti. “Il clima d’incertezza e di ansia non favorisce la concentrazione”, ha osservato una di loro. Mi trovo abbastanza d’accordo.

Aggiungo però un dettaglio, tanto ovvio quanto importante: questa condizione di prolungato isolamento che stiamo vivendo porta quasi tutti noi, di fatto, a passare ancora più tempo sui social di quanto non facessimo prima (il che, in molti casi, è a stento immaginabile).

È noto che la quantità di tempo che noi passiamo su internet è direttamente proporzionale alla difficoltà che ha poi il nostro cervello di ‘ricalibrarsi’ sulla lettura di un testo lungo e scorrevole come quello di un libro. Su questo fenomeno si sta riflettendo tanto e si sono portati avanti innumerevoli studi (cito fra tutti l’ottimo libro di Maryanne Wolf Lettore, vieni a casa).

Mi pare però che un pezzo importante della questione viene solitamente trascurato: ed è proprio il fatto che alla base della nostra dipendenza e assuefazione da internet (che, bisogna prendere atto, è fondamentalmente dipendenza e assuefazione dai social), e di conseguenza della nostra crescente fatica a dedicare tempo e attenzione alle pagine di un libro, sta proprio questo: la nostra paura della solitudine, la nostra incapacità di gestire i momenti di non-condivisione della realtà.

In questo senso, la quarantena che stiamo vivendo ci ha totalmente smascherato.

Enrico Ferratini