I FILI OSCURI DEL MALE. INTERVISTA A ROBERTA BOTTINO.
Se deciderai di leggere questi racconti di notte resterai sveglio, avvolto dal nero più profondo dell’inchiostro, nella penna di una straordinaria e inquietante autrice. (Federico Zampaglione)
Paura, violenza, desiderio e destino sono fili sottili che si intrecciano tra le mani del Male. Con la sua ultima pubblicazione, I fili oscuri del Male. Racconti dall’abisso (De Ferrari, 2026), Roberta Bottino esplora i lati oscuri dell’animo umano intersecando horror, noir e atmosfere gotiche, i quali raccontano gli atti umani da cui prende vita il Male prima di tramutarsi in mostro.
Catapultati tra le Dolomiti e i vicoli di Genova, tra l’antica Grecia e i giorni nostri, i lettori sono invitati a guardare nell’abisso, ma con la raccomandazione di fare attenzione, perché una volta dentro nulla sarà più come prima.
Andiamo quindi alla scoperta dei Fili Oscuri del Male e dei sei racconti che lo compongono rivolgendoci proprio alla sua autrice, Roberta Perdelli Bottino.
1) Vorrebbe raccontarci chi è Roberta Bottino e di come nasce l’ autrice di romanzi e in particolare di romanzi horror?
Sono una giornalista e addetta stampa e da sempre amo scrivere. Quando ero ragazzina ho pubblicato un libro con la casa editrice Tigullio Bacherontius, dal titolo Prospettive lontane, e ho partecipato a numerosi concorsi letterari. In seguito è arrivata anche la pubblicazione di un mio racconto in un’antologia edita da Fratelli Frilli. Da anni, invece, tenevo nel cassetto i racconti che compongono I fili oscuri del male. A un certo punto ho deciso di riprenderli, rimaneggiarli e finalmente dare loro una forma compiuta. Chi mi conosce vede prima di tutto il mio carattere allegro e solare, quindi per molti è stata quasi una sorpresa scoprire, attraverso questi racconti, un mio lato più oscuro. In realtà la mia passione per l’horror e il gotico nasce già nell’adolescenza, quando ho iniziato ad appassionarmi alla cinematografia di genere e, soprattutto, alla lettura degli autori che più mi hanno influenzata. Ne cito solo alcuni. Innanzitutto Edgar Allan Poe, del quale amo la capacità di esplorare la paura, la follia e l’oscurità dell’animo umano attraverso il racconto. La sua abilità nel concentrare tensione, atmosfera e terrore in poche pagine è qualcosa a cui cerco di ispirarmi. Un altro grande maestro per me è H.P. Lovecraft. E poi c’è Stephen King, che apprezzo soprattutto per la capacità di trasformare situazioni apparentemente quotidiane in qualcosa di inquietante. Riesce a portare il lettore dentro la storia, facendogli vivere le paure dei suoi personaggi quasi in prima persona. Da questi autori ho imparato quanto siano importanti l’atmosfera, la costruzione di personaggi complessi e un ritmo capace di catturare il lettore fino all’ultima parola.
2) Focalizzandoci sul suo nuovo libro, I fili oscuri del Male, come è nato esattamente? Inizialmente teneva a scrivere un romanzo composto da un racconto unico, che poi si è evoluto in antologia, oppure puntava fin da subito a scrivere una raccolta?
Come dicevo, sono racconti che ho scritto in momenti diversi della mia vita. Sono però tutti accomunati dalla presenza del Male, ed è proprio questo elemento che mi ha spinta a raccoglierli in un unico libro.
3) Con questo libro si è impegnata a raccontare i lati più oscuri dell’animo umano. Quali sono questi lati e come li ha dovuti studiare, o analizzare per dare corpo ai suoi racconti?
L’horror non è poi così lontano dalla realtà. Basta accendere la televisione o leggere un giornale per rendersi conto di quanto la violenza sia purtroppo presente nella nostra quotidianità: dalle guerre ai femminicidi, fino agli episodi di bullismo. Come ho detto anche in altre interviste, il Male, prima di manifestarsi come mostro, nasce sempre da un atto umano. La raccolta invita quindi a guardare nell’abisso anche nella vita reale, a riconoscerlo nei gesti quotidiani e a non normalizzare la violenza. Quello che mi affascina dell’horror e del gotico è proprio la loro capacità di esplorare ciò che normalmente cerchiamo di evitare, il lato oscuro dell’essere umano. Sono generi che scavano nelle paure più profonde, nelle ossessioni e nei desideri nascosti. Dell’horror amo soprattutto il senso di inquietudine, quella tensione sottile che continua ad accompagnarti anche dopo aver chiuso il libro. Il gotico mi affascina per le sue atmosfere decadenti e sospese nel tempo, dove gli spazi diventano quasi dei personaggi e il confine tra realtà e incubo si fa fragile.
4) I Fili oscuri del Male raccoglie storie legate a miti, eventi storici e fatti contemporanei.
Nella copertina, infatti, si riconoscono personaggi come Medusa, una strega, un violinista che ricorda Paganini e un uomo associabile a un assassino. Questi personaggi sono legati tra loro, oppure vivono storie a sé stanti?
Il libro è una raccolta di sei racconti differenti, che spaziano nel tempo e nei luoghi. C’è la storia di un serial killer che non ha nulla da invidiare ad Hannibal Lecter; c’è una giornalista di cronaca nera che, pur di conquistare il premio più ambito, arriva a uccidere; e c’è il racconto dedicato a Medusa, la più celebre delle tre Gorgoni, capace di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo. In alcuni racconti compare anche Genova, che diventa il palcoscenico di storie nelle quali si intrecciano paura, leggenda e storia: da Paganini e il suo presunto patto con il diavolo fino a una Genova medievale popolata da streghe e inquisitori. La città ritorna più volte perché, secondo me, porta naturalmente con sé ombre, contrasti e stratificazioni storiche che si prestano molto bene a questo tipo di narrazione.
5) Nei suoi racconti prevale più la paura psicologica o quella “visiva” e quali elementi ritiene fondamentali per creare tensione e inquietudine?
Per creare tensione e inquietudine, per me è fondamentale lavorare più su ciò che non si vede che su ciò che viene mostrato. La paura nasce spesso dall’attesa, dal dubbio, da quella sensazione che qualcosa stia per accadere, senza sapere quando né come. Un elemento fondamentale è l’atmosfera: ambienti chiusi, silenzi carichi di significato, dettagli apparentemente insignificanti che suggeriscono però che qualcosa non torna. Anche il ritmo è essenziale. Alternare momenti lenti, quasi sospesi, a improvvise accelerazioni crea un senso di instabilità che mantiene il lettore in allerta. Poi c’è la dimensione psicologica. L’inquietudine più forte nasce quando chi legge entra nella mente dei personaggi, percepisce le loro paure e le loro ossessioni e comincia a dubitare insieme a loro di ciò che è reale. Infine, credo sia importante lasciare spazio all’immaginazione, non spiegare tutto, non chiudere ogni porta. A volte è proprio ciò che resta nell’ombra a inquietare di più, perché continua a vivere nella mente del lettore anche dopo la fine della storia.
6) C’è un personaggio nel quale si identifica maggiormente?
Sono affezionata a ogni parola dei miei racconti e, di conseguenza, anche ai personaggi che li popolano. Naturalmente si fa il tifo per i “buoni”, ma allo stesso tempo i “cattivi” hanno spesso un fascino perverso che porta a odiarli e ad amarli contemporaneamente. È un po’ quello che accade nell’universo di Star Wars. Darth Vader rappresenta il Male, eppure è amatissimo dai fan, forse persino più di Luke Skywalker. È paradossale, ma dimostra quanto i personaggi oscuri possano avere carisma e profondità, diventando fondamentali per rendere viva una storia. Non credo, però, che ci sia un personaggio che rappresenti meglio degli altri il senso dell’opera. Ognuno ha la propria storia ed è, in qualche modo, un burattino nelle mani del Male.
7) Qual è la scena più disturbante che ha scritto?
Ce ne sono diverse, ma credo che in assoluto la scena più disturbante sia quella dell’ultimo racconto, durante un sabba, quando le streghe uccidono un neonato. È una scena particolarmente straziante perché il contrasto tra l’innocenza del bambino e la brutalità delle streghe amplifica la tensione emotiva e rende ancora più evidente fino a che punto possa spingersi il Male. È stata una scena difficile da scrivere, ma necessaria all’interno della storia. Non volevo addolcire il Male, ma mostrarlo nella sua forma più estrema e disumana.
8) Sta già pensando a un nuovo libro?
Sì, ho già un’idea e ho iniziato a lavorare a un folk horror ambientato in un paese dell’entroterra ligure. Inizialmente avevo pensato a un racconto, e infatti l’ho già scritto, ma mi sono resa conto che la storia era molto più articolata di quanto avessi immaginato. Ho quindi deciso di cimentarmi con il romanzo, dando alla vicenda lo spazio necessario per svilupparsi.
9) Per concludere, tengo a rivolgere una domanda un po’ atipica, ma che reputo fondamentale per comprendere l’andamento dell’editoria. Come sta procedendo la distribuzione nazionale del libro? Con l’editore state riscontrando delle difficoltà provocate dal calo delle librerie indipendenti e dall’aumento di quelle commerciali, che dispongono di propri circuiti di distribuzione?
La distribuzione del libro procede bene, anche se purtroppo non è semplice quando si è “piccoli” a confronto con i grandi gruppi editoriali. E credo che questo sia uno dei problemi più importanti dell’editoria contemporanea. Le piccole case editrici devono confrontarsi con costi di produzione, distribuzione e promozione che pesano moltissimo sui bilanci, ma soprattutto devono conquistarsi uno spazio in un mercato nel quale la visibilità è spesso concentrata nelle mani dei grandi editori. Una libreria indipendente non è soltanto un luogo dove si vendono libri, può diventare un punto di incontro, di confronto e di scoperta, permettendo ai lettori di conoscere autori e case editrici che difficilmente avrebbero la stessa visibilità attraverso i grandi circuiti. Le piccole case editrici, infatti, svolgono un lavoro prezioso perché spesso hanno la possibilità di scommettere su autori esordienti, generi particolari e voci originali, affrontando progetti che magari non garantiscono grandi numeri, ma che arricchiscono il panorama culturale. Il rischio, altrimenti, è quello di avere un mercato sempre più concentrato, nel quale pochi grandi gruppi possono permettersi investimenti importanti in promozione e distribuzione, mentre realtà più piccole fanno molta più fatica a sopravvivere. Per questo penso che difendere la piccola editoria significhi difendere la possibilità per i lettori di trovare storie, idee e punti di vista diversi. E credo che, in fondo, sia proprio questa la ricchezza di un mondo editoriale sano, non soltanto vendere molti libri, ma permettere a molti libri diversi di trovare i propri lettori.
di Emanuele Bacigalupo


