Intervista a una Lettrice impaziente
Oggi, conosciamo un’autrice diversa: il suo primo amore sono i libri e li mette al primo posto. Oggi, scopriamo Caterina Pusateri, autrice di La Lettrice impaziente Storia di una libraia (Sem, 2026)
Qualche mese fa, è uscito il suo primo romanzo, La lettrice impaziente, romanzo che unisce la passione della lettura al suo mestiere. Cosa l’ha ispirata a scrivere una autobiografia, legata ai libri che hanno significato qualcosa nella sua vita?
Sono sicura che questa domanda me l’abbiano già posta, e il fatto che io non ricordi minimamente cosa ho risposto, mi dice che non esiste un’unica ragione del perché io abbia deciso di scrivere questo libro (che non è un’autobiografia). Forse semplicemente non potevo non scriverlo; sapevo da molto tempo che sarei riuscita a mettere insieme una storia che fino a quel momento era solo un testo difettoso, ma che a un certo punto della mia vita ha iniziato a prendere forma sotto le mie dita. Da quel momento e per i successivi tre anni ho dedicato alla scrittura gran parte del mio tempo sacrificando tutto il resto.
Quando si parla di libri e delle emozioni che provocano, è facile riconoscersi o scontrarsi tra lettori e lettrici. Ha avuto paura di un possibile giudizio da parte dei suoi clienti?
Il timore del giudizio degli altri è una condizione che riguarda tutti, chi più chi meno. Io credo di aver fatto parte per moltissimo tempo delle fila di quelli che lo temono, ma da quando mi sono lasciata alle spalle più vita di quanta ne vivrò da ora in avanti, il mio atteggiamento nei confronti di questa cosa si è molto ridimensionato. Al di là del mero giudizio, ciò che più mi preoccupava era la reazione di chi, nel riconoscersi, avrebbe potuto non gradire l’idea di ritrovarsi in un libro. È accaduto esattamente il contrario, qualcuno si aspettava di ritrovarsi tra le pagine e, laddove questa aspettativa è stata disattesa, non ha esitato a manifestare il proprio disappunto.
Quando ha cominciato a ideare e poi scrivere il romanzo, pensava già alla possibilità di pubblicarlo? È nato con l’idea di condividere la sua visione letteraria?
Il tempo di maturazione del libro è stato lungo e travagliato; per anni questa storia mi ha ossessionata, ma da lettrice esigente e rigorosa quale sono, pensavo di non essere in grado di scrivere un libro. Per mesi non ho più scritto, poi ho capito, rileggendo delle cose che avevo salvato, che il mio modo di scrivere funzionava, e ho ripreso senza fermarmi più. Qualche volta dobbiamo prendere le distanze da una questione che per noi ha grande importanza, abbandonarla per un po’ e tornarci dopo tempo; è un modo efficace di trovare uno sguardo nuovo, più lucido e attendibile.

Qual è stato il processo che l’ha portata a pubblicare con Sem? Come ha vissuto i momenti dell’essere scelta, della fase di redazione e infine la pubblicazione? Com’è stata la chiamata con Michele Rossi?
Santo cielo, potrebbe volerci un testo di mille parole per rispondere a questa domanda che ne contiene almeno tre! Ma sarò breve: SEM è arrivata dopo diversi rifiuti da parte di altri editori; ho conosciuto Michele Rossi a un evento aziendale e, non senza il timore di apparire sfacciata, ho chiesto se ci fosse la possibilità di inviare il manoscritto in redazione, visto che due anni prima lo avevo già mandato in Feltrinelli senza risultato. Da quella sera passarono altri tre mesi, tutto si ripeteva sempre uguale ed ero molto vicina a rinunciare una volta per tutte. Poi il 3 luglio è arrivata la telefonata, ed è stato un momento che non dimenticherò mai, mai!
Crede sia importante che i lettori e le lettrici scoprano quanto amore ci sia dietro il suo mestiere? È una delle ragioni che l’hanno portata a scrivere questo romanzo, definito anche di formazione?
Spero che i lettori e le lettrici scoprano nel mio racconto che mettere al centro del proprio percorso di vita ciò che davvero sentiamo di voler fare, sia il modo migliore per arrivarci. Io ho sempre voluto fare la libraia, fin da piccola, quando giocavo con le Barbie, la mia lavorava in biblioteca o in libreria. Talvolta era una scrittrice e talaltra dirigeva una grossa casa editrice. Tendo a mettere spesso in discussione le mie decisioni, in un estenuante braccio di ferro con me stessa, ma sul fatto che il mio mestiere avrebbe avuto a che fare con i libri non ho mai avuto alcun dubbio. E sì, è una delle ragioni che mi hanno portata a scrivere questo romanzo.
Quanto crede sia ancora importante, oggi, il rapporto libraia-cliente, soprattutto con le nuove generazioni?
È importante oggi più che in passato, perché le librerie devono competere con un concorrente gigantesco e inafferrabile. L’unico modo per rendere irrinunciabile il fatto di recarsi in una libreria – piuttosto che acquistare i libri da un sito – è il fatto di trovarci dentro persone con cui parlare. Io stessa quando ho delle faccende burocratiche da sbrigare e mi vedo costretta a interagire con voci registrate, pagherei affinché dall’altra parte ci fosse un essere umano. I librai accolgono e ascoltano, oltre che suggerire letture, e se questa cosa andasse perduta sarebbe un gran peccato, in particolar modo per i ragazzi delle nuove generazioni, che rispetto a noi si muovono quasi sempre in quell’altra direzione. Venendo in libreria scoprono che chiacchierare con una libraia può essere un momento divertente e interessante per entrambi; io grazie allo scambio con i ragazzi imparo ogni giorno, di questo parlo ampiamente nel mio libro.
Cosa rifarebbe e cosa non rifarebbe nella sua vita professionale?
Che bella domanda! Difficile dirlo… penso siano molte le cose che non rifarei per evitare errori, ma dopotutto sbagliare fa parte del gioco, e nella vita come nei libri non si possono saltare i capitoli più dolorosi o difficili senza stravolgere completamente l’intero disegno. Dovrò accettare il fatto che non posso cambiare niente e che, seppur con qualche incidente di percorso, è stato un gran bel viaggio fin qui, e c’è ancora tanta strada da scoprire.
Martina Burrafato


